E-Mail: [email protected]
- Il processo "Rimpiazzo" riparte in appello il 3 dicembre.
- Confermati 28 anni a Rosario Battaglia, capo dei Piscopisani.
- Il clan attivo dal 2009 con estorsioni e intimidazioni.
- Nazzareno Fiorillo condannato a 11 anni per estorsione e mafia.
- Il clan aveva legami con i Commisso di Siderno e altri.
L’attenzione della giustizia continua a focalizzarsi sulle dinamiche della criminalità organizzata calabrese, con particolare riferimento alla cosca di Piscopio e alle sue ramificazioni. Il processo “Rimpiazzo”, che ha svelato l’operatività di questa cosca, è giunto a una nuova fase cruciale.
Il Ritorno in Appello per Cinque Imputati
Dopo l’annullamento parziale della sentenza da parte della Corte di Cassazione, cinque imputati del processo “Rimpiazzo” dovranno affrontare un nuovo processo d’Appello. La Corte d’Appello di Catanzaro ha fissato l’udienza per il 3 dicembre, alle ore 11:30, presso l’aula “Ferrari”. Gli imputati coinvolti sono Angelo David, Stefano Farfaglia, Salvatore Giuseppe Galati, Benito La Bella e Michele Rinaldo Emilio Staropoli, tutti originari di Vibo Valentia. Per Galati e La Bella, l’invalidazione da parte della Cassazione comporterà un nuovo esame incentrato su alcune specifiche accuse (capo I), mentre nel caso di Staropoli, l’annullamento è circoscritto al capo 42.
Le parti civili ammesse al procedimento sono numerose e rappresentano diverse entità, tra cui Raffaele Corigliano, Marcello Gaglioti, Antonio Chiaramonte, l’Associazione Antiracket e Antiusura della Provincia di Vibo Valentia, il Comune di Vibo Valentia, la Provincia di Vibo Valentia, la Regione Calabria, Publiemme Srl e Giuseppe Lopreiato. Le persone imputate, attualmente in stato di detenzione per altre cause o impegnate nell’espiazione di una pena, verranno giudicate senza la loro presenza fisica in aula, in accordo con le direttive introdotte dalla riforma Cartabia.
- Finalmente un passo avanti nella lotta alla 'ndrangheta! 💪......
- Ma siamo sicuri che colpire i Piscopisani risolva il problema? 🤔......
- Interessante notare come le alleanze cambino... 🤝......
La Struttura e l’Ascesa del Clan dei Piscopisani
Le indagini hanno rivelato che il clan dei Piscopisani non era un semplice gruppo delinquenziale, bensì una vera e propria “costola autonoma” della ‘ndrangheta vibonese. Al vertice di questa organizzazione criminale si trovava Rosario Battaglia, soprannominato “Sarino”, la cui condanna a 28 anni di carcere è stata confermata dalla Cassazione. Battaglia, proveniente dalla frazione di Piscopio, cercò di espandere il suo dominio in tutta la provincia, opponendosi alla supremazia dei Mancuso.
La Suprema Corte ha riconosciuto che il clan dei Piscopisani costituiva un’organizzazione ‘ndranghetista ben consolidata, implicata in attività di estorsione, intimidazione e omicidio a partire dal 2009, tutte connesse alla rivalità con i Patania. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Raffaele Moscato, Bartolomeo Arena e Andrea Mantella, sono state fondamentali per delineare la struttura e le attività del clan. Moscato descrisse Battaglia come una figura di spicco, affermando che “Battaglia è Battaglia, non ha ruoli”, per sottolinearne l’importanza all’interno dell’organizzazione.

Il Ruolo di Nazzareno Fiorillo e le Dinamiche Interne al Clan
Un altro elemento chiave nell’organizzazione dei Piscopisani è Nazzareno Fiorillo, detto “U Tartaru”, indicato come capo del “locale” di ‘ndrangheta di Piscopio. La Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando la sua detenzione in carcere. Fiorillo è stato condannato a 11 anni di reclusione per estorsione e associazione mafiosa.
La difesa di Fiorillo aveva sostenuto che i collaboratori di giustizia Moscato e Arena lo avessero descritto come un “traditore” della cosca, che aveva voltato le spalle al proprio locale dopo l’omicidio di Fortunato Patania. Tuttavia, la Cassazione ha ritenuto che tali dichiarazioni non fossero sufficienti a dimostrare una stabile dissociazione di Fiorillo dal gruppo criminale, ma piuttosto evidenziassero l’animosità di alcuni sodali nei suoi confronti.
Le Motivazioni della Cassazione e le Alleanze del Clan
La Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza “Rimpiazzo”, confermando 14 condanne e disponendo 5 annullamenti con rinvio. La Suprema Corte ha riconosciuto l’esistenza di un’associazione mafiosa radicata a Piscopio, con esponenti che hanno costituito un nuovo “locale” di ‘ndrangheta a partire dal 2009. Questo “locale” era riconosciuto da San Luca e aveva legami con potenti clan della jonica reggina, come i Commisso di Siderno, gli Aquino di Marina di Gioiosa Ionica e i Pelle di Bovalino e San Luca.
La struttura del clan prevedeva l’attribuzione di veri e propri gradi mafiosi, con gerarchie interne, “doti”, ruoli e promozioni. Il clan estese i suoi “tentacoli” anche nella zona delle Marinate di Vibo, scontrandosi con Pantaleone Mancuso per il controllo del territorio. Per meglio controllare Vibo Marina, il clan dei Piscopisani strinse un’alleanza con la cosca Tripodi di Portosalvo e con la struttura mafiosa attiva su Vibo Valentia guidata da Andrea Mantella e Francesco Scrugli.
Riflessioni Conclusive: Giustizia e Complessità della Criminalità Organizzata
La vicenda del processo “Rimpiazzo” offre uno spaccato della complessità e della pervasività della criminalità organizzata in Calabria. La persistenza di strutture come il clan dei Piscopisani, la loro capacità di adattamento e di stringere alleanze, e la loro infiltrazione nel tessuto economico e sociale del territorio rappresentano una sfida costante per le istituzioni e per la società civile.
È fondamentale comprendere che la lotta alla ‘ndrangheta non si limita alla repressione dei reati, ma richiede un impegno a 360 gradi che coinvolga la prevenzione, l’educazione alla legalità, il sostegno alle vittime e la promozione di un’economia sana e trasparente.
Una nozione base di diritto penale applicabile a questo contesto è il concetto di *associazione a delinquere di stampo mafioso, previsto dall’articolo 416 bis del codice penale. Questa norma punisce chiunque partecipi a un’associazione di tipo mafioso, caratterizzata dall’uso della forza intimidatrice, dall’assoggettamento e dall’omertà, al fine di commettere delitti, acquisire il controllo di attività economiche, ottenere appalti pubblici o influenzare il voto.
Una nozione più avanzata riguarda il concorso esterno in associazione mafiosa, una figura giuridica controversa che punisce chi, pur non essendo organicamente inserito nell’associazione, fornisce un contributo concreto, specifico e consapevole al suo mantenimento o rafforzamento.
La vicenda del processo “Rimpiazzo” ci invita a riflettere sul ruolo che ciascuno di noi può svolgere nella lotta alla criminalità organizzata. È necessario superare l’indifferenza, denunciare i soprusi, sostenere le iniziative di contrasto e promuovere una cultura della legalità che possa arginare il potere delle mafie e costruire un futuro migliore per la Calabria e per l’intero Paese.*